Giovanni Buscaglia: come sono nati i proverbi

Da oggi inizia una rubrica sui proverbi in siciliano curata da Giovanni Buscaglia

Redazione Prima Pagina Partanna
Redazione Prima Pagina Partanna
21 Ottobre 2021 13:15
Giovanni Buscaglia: come sono nati i proverbi

Sono convinto che ogni parola ha in sé una forza, una magia e una saggezza che serve a definire in maniera chiara ed esplicita l’oggetto, la persona, l’azione. La lingua siciliana, con i suoi innumerevoli dialetti è una lingua molto articolata perché risente dell’influenza di almeno 13 dominazioni, forse è proprio per questo che i nostri avi, sotto dominazione, hanno avuto necessità di sviluppare un linguaggio parallelo tutto loro, che è quello mimico-gestuale, usato il più delle volte per comunicare tra di loro per non incorrere a ulteriori sanzioni o restrizioni da chi non doveva sentire e per raccontare storie che tutt’oggi rimangono racchiuse in un gesto o in una espressione mimica.

Il linguaggio mimico gestuale è una forma comunicativa fatta di ammiccamenti, contrazioni facciali, oculari, buccali, che accompagna la parola ed il fraseggio, il quale se lo si vuole ulteriormente amplificare, solennizzare o ironizzare non si deve fare altro che enfatizzare la riproduzione fonetica della parola chiave del discorso che in certi casi ne può alterare anche il significato. Un esempio: uno studio semiotico-semantico, ha diversificato 13 modi diversi di pronunciare la parola “minchia”, con “ch” e non con “K”, parola che è stata sdoganata alla grande e che ormai fa parte del linguaggio e del colloquiare corrente nazionale e oltre; tale parola, viene usata sia in forma passiva che attiva e oltre a nominare l’organo sessuale maschile viene utilizzata, nel parlare corrente per palesare giudizi, stati d’animo, approvazione, disapprovazione e accompagnata da gesti, da cadenze specifiche, mezzi sorrisini e questo noi lo sappiamo bene, può dire tutto e/o il contrario di tutto.

Il linguaggio gestuale invece usa la posizione delle mani, delle dita e delle braccia, per esprimere concetti molto complessi, difficili e complicati da spiegare e che aprono un mondo nella comunicazione che diventa a mio giudizio in certi casi una forma d’arte senza eguali, perché senza proferire parola, oltre a semplificare l’esposizione di un discorso, spiega in maniera inequivocabile un concetto, uno stato d’animo, un bisogno, una consegna. Mi veniva da pensare che i nostri avi, abbiamo gettato le basi, anticipato, elaborato e codificato già da tempo il linguaggio dei segni.

Sarà anche per questo che ogni parola e ogni detto della lingua siciliana ha una sua lunga storia tutta da raccontare, una storia non scritta, ma tramandata ed impressa a caratteri di fuoco nel nostro DNA che è quella di un popolo mite, costretto spesso alla sottomissione dai dominatori che si sono succeduti nel corso dei millenni e che avevano bisogno, in presenza di orecchie e occhi indiscreti di comunicare tra di loro senza essere compresi. È in questo contesto che “Attraverso i proverbi e i modi di dire, riusciamo a scoprire il volto più autentico dei nostri antenati e a comprendere, forse, le ragioni di molti nostri modi di essere e della nostra stessa identità di popolo, con peculiarità comportamentali che ben ci connotano e spessissimo ci differenziano dagli abitanti dei paesi vicini.” (citazione da fb).

Penso che tutto questo sia un patrimonio da conservare e tutelare e che mi ha spinto, oltre all’amore smisurato verso la mia terra e le sue tradizioni, la mia storia e le mie origini, un po’ per gioco che poi è diventata ricerca, a postare proverbi e modi dire. Sono detti che ho ascoltato e sento intercalare nel parlare corrente sia all’anziano che al giovane, fatto con assoluta naturalezza, con lo scopo di rafforzare, alleggerire, ironizzare il concetto espresso. Tante volte mi è capitato e mi capita di fermare la conversazione quando non afferro bene o non ho mai sentito quel proverbio e di invitare l’interlocutore a ripetere lentamente per comprendere meglio sia le parole che il contenuto per poterlo ricordare ed archiviare per cui molto di quello che posto, sono parole vive ascoltate con le mie orecchie.

In questa ricerca, il lavoro mi ha aiutato, perché dovendo lavorare con pazienti spesso anziani, nel tentativo di sfatare un luogo comune, per altro assolutamente falso, che è quello che nella riabilitazione per guarire bisogna sentire dolore (“cu bedda voli appariri guai e peni ava a patiri”), per cercare di allentare questa paura o l’ansia del trattamento e nel tentativo di instaurare una relazione empatica e fiduciaria, molto spesso chiedo se conoscono proverbi e detti “di quannu era nico/a o di cosi chi sintìa diri a so ma’, o a so’ pa’, o a so’ nonna…” approccio che quasi sempre funziona che mi aiuta nella relazione terapeutica e che continua ad arricchirmi culturalmente; certe volte questi detti li registriamo per poi poterci ridere sopra insieme, al riascolto e se la registrazione non è venuta bene qualcuno mi ha chiesto di rifarla di nuovo.

Ma la cosa che li rende irresistibili e che mi sorprende ogni volta quando proferiscono il proverbio e che per dare più forza lo accompagnano con quanto detto sopra: l’espressione del viso, la posizione delle mani con la contrazione labiale, con ammiccamenti di varia natura e l’espressività degli occhi, che per l’occasione diventano furbi e birbanti. Comunque, constato con molta soddisfazione che molte parole e molta gestualità della lingua siciliana sono state “sdoganate” in altre zone dell’Italia e del mondo, segno è che il siciliano “tira” ed affascina.

Non potrebbe essere diverso.

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