Riceviamo e pubblichiamo:
Il 14 e il 15 gennaio 1968, non sono soltanto delle date da ricordare; sono una ferita ancora aperta che continua a interrogare, in questo presente, le nostre coscienze.
Come Coordinatore dei Giovani del Belìce, ritengo che la memoria del sisma del ‘68 non possa essere confinata alla retorica delle commemorazioni. A distanza 58 anni, il Belìce porta ancora i segni di una ricostruzione lunga, diseguale e spesso lontana dai bisogni reali delle comunità. Le macerie non sono state soltanto materiali: sono diventate il simbolo di ritardi, scelte sbagliate e occasioni mancate.Per la nostra generazione, che non ha vissuto direttamente il terremoto ma ne eredita ancora le conseguenze, ricordare significa pretendere risposte.
Significa chiedere perché interi territori continuino a essere marginalizzati, perché le aree interne restino fragili sul piano dei servizi essenziali, perché il diritto alla salute, alla mobilità, al lavoro e alla sicurezza non sia garantito in modo equo.Il terremoto del Belìce deve continuare a essere una lezione politica. Una lezione su cosa accade quando manca una visione d’insieme, quando la ricostruzione non è accompagnata da un vero progetto di sviluppo. Le emergenze passano, ma le responsabilità restano.In questo anniversario chiediamo che la memoria diventi azione: politiche pubbliche capaci di guardare al Belìce non come a un problema da gestire, ma come a una comunità da valorizzare.
Investire nel Belìce significa investire in coesione sociale, giustizia territoriale e futuro.Ricordare il terremoto non è un atto neutro. È una presa di posizione. E oggi, come giovani di questa terra, scegliamo di stare dalla parte della responsabilità, della verità e del futuro.Michele Simplicio